E se il caffè potesse essere “sospeso”?

26 Febbraio 2020

Hai mai sentito parlare di caffè sospeso? Se stai pensando a qualche strano magheggio, vogliamo rassicurarti e dirti che non è così. Forse in qualche viaggio nelle regioni meridionali d’Italia ne avrai sentito parlare. Ma di che cosa si tratta? È un’abitudine solidale, che trae le sue origini nella tradizione napoletana, per questo motivo si è diffusa maggiormente nelle regioni del sud. 

Secondo questa usanza, un cliente, una volta al bar ordina il suo caffè e ne aggiunge uno “sospeso” che non berrà in prima persona, ma che pagherà. Così facendo il cliente che arriva in un secondo momento avrà la possibilità di consumare il caffè gentilmente offerto dal cliente precedente. Una tradizione molto simpatica che sicuramente appaga i più generosi e strappa un sorriso a coloro che la mattina, ancora addormentati, vanno a ricaricarsi al bar con un buon caffè.

Ma come nasce questa tradizione? Ci sono due versioni sulla nascita del caffè sospeso. 

La prima risale ai primi anni del ‘900 e vede come protagonisti le numerose compagnie di amici, che dopo la consumazione litigavano per avere il privilegio di saldare il conto, finendo spesso per pagare una cifra maggiore rispetto a quella richiesta. In tal caso non veniva chiesto indietro il credito ma si lasciava a beneficio del cliente successivo.

La seconda, invece, risale alla Seconda Guerra Mondiale, anni di grande crisi dove anche il consumo del semplice caffè era diventato un lusso che non tutti si potevano permettere. Proprio in questo difficile periodo storico emerse il lato solidale e umano delle persone che iniziarono attraverso il caffè sospeso a compiere piccoli gesti di altruismo.

Oggi il caffè sospeso non è molto diffuso ma nonostante ciò ha avuto la possibilità di estendersi anche oltre i confini italiani come in Spagna, Francia, Belgio, Russia e Argentina. 

Se non conoscevate questa tradizione oggi avete un motivo in più per andare al bar e per migliorare la giornata a qualcuno con un piccolo gesto.

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